Speranza e paura: un brano di Pema Chödrön per la sessione online del mattino

Condividiamo il breve brano “Speranza e Paura”, tratto dal libro “Se il mondo ti crollo addosso. Consigli dal cuore per tempi difficili” di Pema Chödrön, letto mercoledì 10 novembre in occasione della meditazione online.

La prima nobile verità del Buddha è che quando soffriamo, non necessariamente vuol dire che ci sia qualcosa di sbagliato.

Oh, che sollievo. Finalmente qualcuno che ha detto la verità.

La sofferenza fa parte della vita, non dobbiamo pensare che ci sia perché noi personalmente abbiamo fatto la cosa sbagliata. Eppure, nella realtà, quando soffriamo pensiamo che ci sia qualcosa di sbagliato.

Finché siamo schiavi della speranza, sentiamo di poter abbassare i toni della nostra esperienza oppure tirarli su, o cambiarli in qualche modo, e continuiamo a soffrire tantissimo.

La parola tibetana per speranza è rewa; la parola per paura è dokpa. Più comunemente si usa la parola re-dok, che le unisce entrambe.

Speranza e paura sono un unico sentimento a due facce. Finché ci sarà l’una, ci sarà anche l’altra. Questa re-dok è la radice del nostro dolore.

Nel mondo di speranza e paura, dobbiamo sempre cambiare canale, cambiare temperatura, cambiare musica, perché c’è qualcosa che sta diventando scomodo, che sta iniziando a dare segni di nervosismo, che comincia a fare male, e noi continuiamo a cercare le alternative.

In uno stato mentale non-teistico, l’abbandono della speranza è una dichiarazione solenne, l’inizio dell’inizio.

Addirittura, anziché appiccicare sul frigo post-it con aspirazioni più convenzionali come “Ogni giorno, ad ogni modo, divento sempre meglio,” potreste addirittura mettere un “abbandona la speranza”.

Speranza e paura provengono dalla sensazione che ci manchi qualcosa; provengono da un senso di povertà.

Non riusciamo a rilassarci con noi stessi. Ci aggrappiamo alla speranza, e la speranza ci priva del momento presente.

Abbiamo la sensazione che qualcun altro sappia quel che sta succedendo, ma che c’è qualcosa di assente in noi, e quindi qualcosa che manca nel nostro mondo.

Piuttosto che lasciare che la nostra negatività si prenda il meglio di noi, potremmo riconoscere che proprio adesso ci sentiamo come un pezzo di merda, non fare gli schizzinosi e dare una bella occhiata.

Questa è la cosa compassionevole da fare. Questa è la cosa coraggiosa da fare. Potremmo annusare quel pezzo di merda. Potremmo toccarlo; che consistenza ha? E il colore? E la forma?

Possiamo esaminare la natura di quel pezzo di merda. Possiamo conoscere la natura della ripugnanza, della vergogna, dell’imbarazzo, e non credere che vi sia qualcosa di sbagliato.

Possiamo lasciar perdere la speranza fondamentale che vi sia un “io” migliore che verrà fuori, un giorno.

Non possiamo limitarci a scavalcare noi stessi come se non fossimo lì.

Meglio rivolgere uno sguardo diretto a tutte le nostre speranze e paure. Spunterà una fiducia di qualche tipo nella nostra sanità mentale di fondo.

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